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Ora la crisi scatena la caccia alla terra

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La Stampa | 27/12/2008

UNO STATO IN VENDITA
Ora la crisi scatena la caccia alla terra

Paesi ricchi e fondi investono nei campi di tutto il mondo.
Sta nascendo il colonialismo a pagamento

VANNI CORNERO
TORINO

Una volta ci sarebbero state guerre su guerre, oggi, invece, la partita si gioca sui campi di grano e non su quelli di battaglia. La crisi alimentare, che dalla metà del 2007 ha spinto le quotazioni delle materie prime agricole a livelli astronomici, ha fatto scattare l’allarme in tutto il mondo e la strategia di reazione è stata immediata: se in patria non ci sono terre per garantire un accettabile livello di autoapprovvigionamento compriamole, o almeno affittiamole altrove. A decidere in questo senso sono stati i governi di Paesi ricchi o in crescita, ma con esigue estensioni di terreno coltivabile a disposizione.

I grandi fondi di investimento, da parte loro, a capire che l’agricoltura è tornata ad essere un grosso affare ci hanno messo ancor meno. Un mix di interessi talmente forte da far seriamente preoccupare l’Ong con passaporto spagnolo Grain, che avverte: «La speculazione è in agguato dovunque». Fra gli Stati a caccia di terra fuori dai loro confini ci sono i Paesi arabi del Golfo, il Giappone e la Corea del Sud, ma anche la Cina, l’Egitto e l’India, che, disponendo (in proporzione) di poche aree coltivabili, nel 2008 hanno subìto forti rincari degli alimentari. Ma gli investitori finanziari, scottati dalla crisi delle Borse, non sono da meno: il gruppo sudcoreano Daewoo Logistics ha negoziato con il Madagascar l’acquisto di 1,3 milioni di ettari (oltre la metà delle terre coltivabili del Paese) per produrre granturco e olio di palma.

In Ucraina la società russa Renaissance Capital ha acquistato 300.000 ettari e il gruppo britannico Landkom altri 100.000 ettari, mentre il governo libico ha ottenuto in affitto 247.000 ettari di terra in cambio di gas e petrolio. Gli svedesi di Black Earth Farming, invece, sono andati in Russia a far man bassa di 331.000 ettari, imitati dai conterranei della Alpcot-Agro, che hanno comprato 128.000 ettari. In Brasile il gruppo giapponese Mitsui ha acquistato 100.000 ettari per coltivare soia e sono sempre giapponesi gli investitori che negli Usa controllano 216.862 ettari finalizzati a produzioni alimentari da inviare sul mercato nipponico.

In Pakistan il fondo degli Emirati, Abraaj Capital, sta trattando 324.000 ettari da destinare a riso e grano. Da parte sua il Sudan si è impegnato a fornire 690.000 ettari di terreno ai sudcoreani e nelle Filippine il governo ha firmato con Pechino accordi (in parte sospesi) che consentono alle aziende cinesi l’accesso a 1,24 milioni di ettari di terreno agricolo. E c’è anche un consorzio di 15 investitori sauditi, capeggiati dalla famiglia Bin Laden, che hanno investito 4,3 miliardi di dollari in Indonesia per sfruttare 500.000 ettari di risaia. Sono solo alcuni esempi di una nuova geografia del cibo che suscita forti timori: «Gli agricoltori delle comunità locali perderanno inevitabilmente l’accesso alle terre», paventa Grain, mentre la Fao raccomanda ai governi di favorire la trasparenza delle transazioni per la cessione delle terre.

E in Italia? «Produrre è basilare - spiega Federico Vecchioni, presidente di Confagricoltura - il nostro Paese non è autosufficiente in molte aree alimentari strategiche e bisogna incrementare questi comparti. Una soluzione potrebbe venire dall’andare a coltivare quel che ci serve in “serbatoi” di terre fertili come alcuni Paesi dell’Est europeo o dell’Africa, ma in Italia ci sono anche tre milioni di ettari demaniali improduttivi che il governo potrebbe mette in vendita almeno per metà risolvendo in casa gran parte di un problema assolutamente da non sottovalutare nella sua gravità per agricoltori e consumatori».

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