Tanzania: il "land grabbing" toglie terra e cibo ai contadini

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Radio Vaticana| 23 March 2015

Adesso il governo tanzanese ha deciso di affittare per 99 anni questa terra a EcoEnergy, e quindi oltre 1.300 persone, che vivono in quell’area, sono costrette ad abbandonare la loro terra. Photo: AP
Tanzania: il "land grabbing" toglie terra e cibo ai contadini

Il “land grabbing”, testualmente "accaparramento della terra" da parte di multinazionali nei Paesi in via di sviluppo, è una piaga che non sembra fermarsi. Per aiutare i contadini della Tanzania, tra le vittime di questo fenomeno, ActionAid ha lanciato un appello. Anna Zizzi ha sentito Roberto Sensi, responsabile del programma "Diritto al cibo" dell’associazione:

Ascolta l'intervista:
  


R. - Parliamo di un’azienda svedese, che si chiama EcoEnergy, e che ha l’obiettivo di sfruttare 20.000 ettari di terra in Tanzania, nella zona di Bagamoyo, per produrre canna da zucchero per il mercato interno e il mercato internazionale. Il problema fondamentale è che l’obiettivo di quel progetto è mettere a coltivazione 20.000 ettari che in precedenza appartenevano ad un’azienda agricola pubblica, che poi è stata smantellata, dove le comunità locali esercitavano un diritto di uso. Adesso il governo tanzanese ha deciso di affittare per 99 anni questa terra a questa azienda, e quindi oltre 1.300 persone, che vivono in quell’area, sono costrette ad abbandonare la loro terra.

D. - Si rischierebbe dunque di privare i contadini di uno dei mezzi di sostentamento principale…

R. – Il problema qui è che, sostanzialmente, attraverso questo affitto di terra, di fatto nell’area si impone un modello di crescita e sviluppo agricolo che non serve e non aiuta i piccoli agricoltori locali, che avrebbero bisogno di investimenti e di capitali per promuovere un modello, il loro: un modello su piccola scala, che garantisce prima di tutto la sopravvivenza delle comunità e permette in qualche modo di fare un’agricoltura in modo sostenibile. Qui, invece, si impone un modello che è esterno a quell’area, anche dal punto di vista colturale; quindi si impone un modello monocolturale, da canna da zucchero, che di fatto il primo problema che porrà sarà: “Ma il resto dell’alimentazione, come viene prodotto?”. E qui la risposta che dà l’azienda è: “Ma noi generiamo del reddito, e attraverso quel reddito avviene poi l’acquisto del cibo”. Ma, il problema fondamentale è che c’è un aspetto specifico di questo investimento che riguarda 3.000 ettari di terra, dove l’azienda non ha acquisito il controllo diretto, ma dove si fa agricoltura contrattuale: questo progetto prevede un fortissimo indebitamento dei piccoli agricoltori per fare avviare l’azienda agricola, e non si tiene conto poi effettivamente delle conseguenze per la sicurezza alimentare delle popolazioni. Mettendo a rischio la sopravvivenza e l’alimentazione di queste popolazioni, si viola un diritto fondamentale che è quello del diritto al cibo, che è riconosciuto a livello internazionale e che prevede, nella sua definizione, che l’accesso ai mezzi di sostentamento sia un diritto tanto quanto avere cibo.

D. – L’azienda svedese ha previsto un metodo di reinserimento per i contadini?

R. – L’azienda svedese, dai dati che ha fornito, prevede ad esempio che l’impiego diretto genererà 2.000 posti di lavoro, più un indotto di 10.000 posti di lavoro; dallo studio che noi abbiamo fatto ci appare anche estremamente sovrastimato. Per quanto riguarda le comunità che vivono nell’area di Bagamoyo, a loro non è stata data la possibilità di scegliere “sì” o “no”, ma soltanto di scegliere che tipo di compensazione volessero, se in denaro o se con altra terra al di fuori dell’area dell’investimento. Questo non va bene! Sia perché la consultazione non è avvenuta in modo previo, libero e informato, sia per i diritti umani, che sono a rischio di violazione a causa di questo investimento. Il problema è che lì dentro ci sono anche attori pubblici. Questo dimostra come, sostanzialmente, in questo momento, dietro la bandiera dello sviluppo e della cooperazione, si faccia accaparramento di terre e questo non veda soltanto responsabili le aziende private, ma anche istituzioni pubbliche di sviluppo.

D. - Quali sono le richieste che ActionAid fa al governo della Tanzania?

R. – Noi abbiamo lanciato una petizione internazionale rivolta al governo tanzanese, in cui chiediamo fondamentalmente due cose: la prima è fermare le operazioni di implementazione del progetto e la seconda è riavviare un processo di consultazione effettivo ed efficace con le comunità locali. Ovviamente, la decisione è delle persone che vivono là, ma noi vorremmo che questa decisione venisse presa con tutte le informazioni disponibili, che al momento non ci sono.
 
Original source: Radio Vaticana
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