Land grabbing: il caso del Giappone

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L'Indro | 13 Dicembre 2013

Land grabbing: il caso del Giappone

Priscilla Inzerilli

Per alcuni è sinonimo di sviluppo e 'globalizzazione virtuosa'. Molti altri lo considerano invece un vero e proprio processo di sfruttamento indiscriminato, a danno dell’economia e dello stesso benessere dei Paesi meno sviluppati; tanto da essere stata definita come pratica 'neocolonialista'. Si tratta del cosiddetto land grabbing, ovvero l’acquisizione (c’è chi la definisce 'appropriazione', ponendo l’accento sulla questione della legittimità di tali acquisizioni) da parte di soggetti stranieri, pubblici o privati, di milioni di ettari di terreni coltivabili e dei prodotti che ne derivano. Tale pratica di 'razzia' di vaste aree di terreno coltivabile interessa prevalentemente realtà in via di sviluppo, come alcuni Paesi del Sudamerica e dell’Asia; ma principalmente il continente africano, che rappresenta la vera 'terra di conquista' da parte delle grandi multinazionali occidentali e asiatiche, ma anche da parte di realtà emergenti come il Brasile e l’India.

Si tratta di un fenomeno in rapida espansione, che ha iniziato a prendere piede nei primi anni del Duemila, in concomitanza con l’impennata dei prezzi dei prodotti agricoli e con la forte crescita demografica; a cui si aggiungono la recente crisi finanziaria globale e la crescente domanda di agrocarburanti. A guadagnarci sono principalmente gli investitori stranieri, che beneficiano dell’acquisto o dell’affitto a lungo termine dei terreni a prezzi a dir poco irrisori (come per l’esempio della Tanzania, i cui terreni, secondo il ‘Business Times’, sarebbero stati affittati agli investitori stranieri per ben 0,35 centesimi di euro ad acro); ceduti direttamente dai governi locali. Le motivazioni 'ufficiali' dietro all’acquisto delle terre sarebbero la necessità di far fronte al crescente fabbisogno alimentare della popolazioni dei paesi che investono in tali acquisti, unita alla volontà di sostenere la crescita e lo sviluppo dei Paesi più poveri.

Ma la popolazione di tali Paesi - che si sente depredata delle proprie terre senza poter avere alcuna voce in merito - le associazioni dei contadini e la società civile, denunciano una realtà diversa e individuano ben altri interessi dietro alle cessioni dei terreni: la produzione di bio-carburanti, una produzione agricola dai costi estremamente ammortizzati e orientata all’export, la produzione di legname e l’estrazione di materiale minerario.

Le rivendicazioni, talvolta dei toni violenti, delle popolazioni locali e le problematiche ambientali ed etiche connesse a tale 'rastrellamento selvaggio' delle terre (come il depauperamento delle risorse idriche, l’allontanamento dei contadini dalle proprie terre d’origine o in alternativa il lavoro subordinato o sottopagato nelle stesse terre espropriate), hanno dato vita a un acceso dibattito, in cui però le varie organizzazioni internazionali (come il FMI) non sembrano per ora aver avuto un ruolo attivo nella risoluzione di tali questioni, se si esclude la FAO, che nel 2012 ha approvato le ‘Linee guida per i regimi fondiari e l’accesso alle risorse ittiche e forestali’. Si tratta però appunto di linee guida per la condotta e non di norme vincolanti, che tutelino i diritti fondamentali come quello del diritto al cibo.

Tra i principali 'big' dell’economia che partecipano alla corsa al land grabbing, oltre a Cina, India, Corea del Sud, Russia, Arabia Saudita e Brasile, recentemente figura anche il Giappone. Una scelta per certi versi contraddittoria, quella di entrare nel giro dell’acquisto di terreni oltre i confini nazionali, se si pensa che appena pochi anni fa, nel 2010, il Paese del Sol Levante era impegnato a difendere i propri terreni e le proprie risorse ambientali nello Hokkaido, a nord dell’arcipelago, dagli investimenti selvaggi degli stranieri (tra cui la Cina, l’Australia, la Nuova Zelanda e Singapore). Cosa non dissimile da ciò che sta accadendo in alcuni paesi europei, che si sono scoperti 'meta' di interesse da parte dei grandi investitori dell’agro-business come Cina e Russia.

Diverse grandi firme giapponesi come la Mitsui & Co. In Brasile, la Nitori Holdings Company in Tanzania, hanno recentemente avviato investimenti relativi alla produzione ed esportazione di prodotti come grano, soia e cotone. 'Accuse' di land grabbing, per l’espansione delle piantagioni di banane, sono poi state rivolte nei confronti della Sumitomo Fruits Philippines, una sussidiaria della Sumitomo Japan, da parte di organizzazioni di ribelli comunisti filippini.

Ma la vera 'gallina dalle uova d’oro' degli investitori giapponesi (e non solo) è il Mozambico, di cui è in programma l’acquisto, da parte di una joint venture nippo-brasiliana, di 145 mila km quadrati di terra (nell’area attraversata dal cosiddetto corridoio di Nacala), da adibire alla monocoltura da esportazione, soprattutto della soia. Il progetto (che avrà un impatto sulla vita di circa 4 milioni di mozambicani), denominato ProSavana (programma per lo sviluppo dell’agricoltura nelle savane tropicali del Mozambico), prende il via dall’esperienza nipponica nell’area brasiliana del Cerrado, dove si trova la più estesa foresta-savana del Sudamerica.

Il programma, inaugurato nel 2011 e stimato della durata di 20 anni, è stato subito accolto positivamente da parte di Armando Guebuza, Presidente del Mozambico, che sembra aver subito fiutato l’affare. Il Brasile trarrebbe vantaggio (tra gli altri benefici di quello che è stato definito come il neo colonialismo brasiliano in Africa) dell’impiego della propria tecnologia nella riqualificazione delle aree agricole del nord del Paese, mentre la commercializzazione dei prodotti, in particolare nel mercato asiatico, spetterà al Giappone. Il governo del Mozambico, da parte sua, pone l’accento sullo sviluppo e sulla lotta alla povertà.

Ma anche in questo caso, i contadini e la popolazione locale non sono rimasti a guardare senza battere ciglio. Si sono attivate grandi mobilitazioni a livello nazionale, con la partecipazione persino della Chiesa Cattolica, per dare vita a un fronte contro la privatizzazione della terra e lo sfruttamento delle risorse ambientali, per protestare contro la mancanza di trasparenza e le reali motivazioni che guidano il progetto ProSavana. Tokyo, Brasilia e la stessa Maputo si trovano a fronteggiare le tensioni tra governo e popolazione legate a quello che viene diffusamente percepito come un esproprio della terra.

Ma Brasile e Giappone non sono gli unici attratti dagli investimenti in Mozambico. Tra i maggiori protagonisti dell’acquisto e degli investimenti nelle terre del Mozambico (in cui la competizione per il land grabbing è più intensa che in altri Stati del continente africano) vi è anche la Cina, che in tal senso si delinea come un diretto rivale del Giappone. Secondo il quotidiano giapponese ‘Sankei’, il programma ProSavana costituirebbe un «salto in avanti in tale competizione», puntando sulla promozione del contributo dell’ODA (Official development assistance) giapponese in Africa.

Ma al di là della competizione, che interessa principalmente l’ambito della diplomazia con l’Africa e i programmi di assistenza, è probabile che non si prefigurino dei veri e propri attriti tra le due grandi potenze asiatiche. Afferma Derek Hall, professore associato presso il Dipartimento di Scienze Politiche della Wilfrid Laurier University del Canada: "Da una serie di relazioni riguardanti le acquisizioni di terreni all'estero da parte del Giappone, è emerso che la motivazione guida di tali acquisizioni è più quella di esportare prodotti alimentari verso altri paesi dell’Asia (compresa la Cina), piuttosto che la volontà di esportare prodotti alimentari verso il Giappone stesso (dove la domanda di alcuni importanti prodotti agricoli di base, tra cui la soia e il grano, risulta in calo, non in aumento). Ciò si inserisce nella politica degli investimenti terrieri all'estero sviluppata dal governo giapponese, il cui obiettivo non sarebbe quello di esportare i prodotti alimentari verso il Giappone. Sembra così che diverse imprese giapponesi vedano la Cina in termini positivi, come un mercato per tali prodotti".

Per il Giappone, dunque, il fenomeno del land grabbing potrebbe rappresentare un’altra potenziale 'freccia' nell’arco dell’attuale governo Abe, impegnato, tramite le sue aggressive politiche economiche, a risollevare l’economia nipponica dall’ormai ventennale crisi deflattiva. Appare necessario però acquisire consapevolezza che il problema dell’approvvigionamento di terra, acqua e prodotti alimentari è un problema su scala globale e che dunque l’attenzione va rivolta anche alle necessità delle popolazioni locali e ai rischi ambientali annessi. Il fenomeno dell’acquisto e dello sfruttamento di terreni stranieri può diventare una sfida in senso virtuoso, a patto di adottare vere e proprie norme consuetudinarie che regolino i 'comportamenti' degli investitori, unite a politiche di tipo win-win.

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