Riserva naturale di biocombustibili

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Agora Vox | 16.05.2013

Riserva naturale di biocombustibili (1/2)

In Senegal un'impresa italo-americana Senhuil-Sénehetanol ha ottenuto la concessione di 20.000 ettari di terra per 55 anni per coltivare girasole e patate americane. L'investimento, che mira a produrre soprattutto etanolo per l'esportazione, non è il primo tentativo dell'azienda nel paese: ci aveva già provato l'anno precedente a Fanaye. A seguito di un manifestazione di protesta che ha causato 2 morti e 20 feriti, il presidente senegalese Wade ha optato per la delocalizzazione del progetto. Ed è così che una riserva naturale, la riserva di Ndiaël protetta dalla convenzione di Ramsar, viene declassata dal suo statuto, dichiarata zona di utilità pubblica e concessa a Senhuil-Sénehetanol. L'area però non è meno disabitata di Fanaye né meno necessaria ai suoi abitanti, che se ne servono per praticare le proprie attività economiche e di sussistenza.

Con 3,8 milioni di ettari di terre arabili ed il 60% della popolazione attiva impegnata nell'agricoltura familiare, il Senegal non è comunque in grado di garantire la propria sovranità alimentare e importa il 60% di ciò che consuma, sopratutto riso, frumento e mais. Tale dipendenza ha mostrato il suo volto peggiore all'inizio del 2007 quando la crisi petrolifera dell'anno precedente si è ripercossa sul mercato agroalimentare provocando una forte inflazione dei prezzi dei beni di prima necessità. A Parcelles, quartiere periferico della capitale senegalese, il valore del riso è aumentato del 35% in un solo giorno.1 Al grido di ottenere l'indipendenza energetica e rispondere alla crisi alimentare, l'allora presidente Wade aveva lanciato nel 2008 la “Grande offensive agricola per il cibo e l'abbondanza” (GOANA), programma politico all'interno del quale due anni dopo verrà promulgata la “Legge di orientamento per i biocarburanti”2 che traccia le linee guida per lo sviluppo dell'industria dei biocarburanti nel paese. Un programma speciale biocarburanti mirante a promuovere la coltivazione di Jatropha Curcas3 era già stato lanciato nel 2007, all'interno del piano REVA, Retour Vers L'agricolture (2006) che si proponeva di “incentivare una dinamica nazionale di ritorno delle popolazioni verso la terra” per mezzo della creazione di speciali “poli di emergenza agricola” parallelamente annoverava tra le sue finalità principali la promozione dell'iniziativa privata nel settore agro-industriale. Quest'ultimo punto ha sostanzialmente innescato una serie di attribuzioni massive di territorio a favore di dirigenti politici, autorità religiose e imprese transazionali. Lo stesso è avvenuto per la GOANA che se da un lato esortava tutti i senegalesi in grado di farlo a coltivare la terra e chiedeva alle comunità rurali di mettere ciascuna a disposizione di tale programma una superficie di 1.000 ettari, dall'altro conferiva la priorità per la loro allocazione a chi avesse avuto le risorse per intraprendere una messa a coltura redditizia.

Non è dunque un caso che dal 2006 il Senegal abbia visto un netto aumento degli investimenti stranieri diretti indirizzati al settore agricolo. “Siamo in presenza di una macchina costruita per togliere le terre ai contadini e farle ritornare nelle mani dello stato, il quale a sua volta le concede ai grandi capitali” dichiara Mariam SOW, coordinatrice d'Enda Pronat4, ONG senegalese che si occupa di sviluppo rurale e tra le prime ad aver denunciato l'ampiezza delle acquisizioni di terra nel paese. L'IPAR, istituto per l'Initiative Prospective Agricole et Rurale, afferma5 che alla data di maggio 2011 già 249.353 ettari erano stati fatti oggetto di transazioni ad opera di società private straniere, 160.010 erano invece passati nelle mani di privati nazionali non residenti nelle comunità rurali interessate. Nell'insieme si tratta di una superficie rappresentante più del 10% del potenziale agricolo totale.

È su di un tale sfondo che bisogna collocare la storia del progetto agricolo Senhuile-Senéthanol cominciata il 20 luglio 2010 quando M. Karasse Kane, presidente del consiglio rurale della comunità di Fanaye, (Dipartimento di Podor, regione di Saint-Louis) stipula con l'impresa Senéthanol un accordo di “messa a disposizione” di 20.000 ettari situati sotto la propria giurisdizione. Il progetto, un investimento di 137 miliardi di franchi CFA (più o meno 228 milioni di euro), prevedeva la conversione di terre agro-pastorali, savane e praterie secche utilizzate per l'allevamento tradizionale, in una coltivazione intensiva di patata dolce da cui ricavare etanolo. L'impresa Senéthanol è costituita al 25% da capitale privato ​​senegalese, il restante 75% appartiene a ABE ITALIA SRL, a sua volta posseduta da ABE LLC (Advanced Bioenergy, USA) al 66% e da AGR.I. SRL al 34%. Come spesso accade in questo tipo di affari, un'impresa locale, già esistente o creata ad hoc, viene coinvolta nella negoziazione dell'accordo con le autorità, ma la presenza di capitale senegalese nell'affare è solo il dito che nasconde la luna poiché a margine delle trattative Senéthanol firma un'alleanza con un altra impresa italiana TAMPIERI FINANCIAL GROUP, società specializzata nella coltivazione di girasoli per la produzione di olio e biocarburanti, donando così vita alla società Senhuile-Senéthanol detenuta al 49% da SENETHANOL SA e per il 51%

TAMPIERI FINANCIAL GROUP SPA.

Secondo i suoi promotori il progetto agricolo Senhuile-Senéthanol avrebbe dovuto creare almeno 5.000 posti di lavoro. C'è da chiedersi come, visto che tali coltivazioni sono interamente meccanizzate e non necessitano dunque di manodopera, fatta eccezione in alcuni casi per il raccolto, che in ogni modo avviene solo per determinati mesi all'anno. Le assunzioni non sono avvenute, ciò ha rinforzato la posizione degli abitanti che dichiarano inaccettabili tali concessioni, soprattutto in un paese dove l'accesso alla terra è già precario di per sé. L'arrivo dell'esercito e la messa in sicurezza della zona non ha funzionato da deterrente alla protesta, così il 20 marzo 2012, sei mesi dopo i violenti scontri di Fanaye, il presidente Wade emanerà nello stesso giorno due decreti6. Il primo stabilisce che un'aerea di 26.550 ettari facente parte della riserva naturale Ndiaël (dipartimento di Dagana, regione di Saint-Louis), dichiarata nel 1977 “zona umida d’importanza internazionale” per la Convention de Ramsar debba essere declassata suo statuto di riserva. Il secondo ne attribuisce 20.000 al progetto Senhuile -Senethanol per un periodo di 55 anni. Un'area d 6.000 ettari disposta ai margini della zona è invece destinata al ricollocamento delle popolazioni che abitano le terre ora passate all'impresa. Si tratta di ben 37 villaggi, 9.000 abitanti appartenenti alle comunità rurali di Ngnith, Diama di Ronkh e Ross-Béthio

I Peuls allevatori nomadi e semi-nomadi che abitano da secoli l'Africa occidentale rappresentano il principale gruppo etnico, la maggior parte di loro era presente sul territorio prima ancora che questi venisse dichiarato una riserva, decisione che ha condotto all'impossibilità di vedersi riconosciuto alcun diritto di proprietà e di uso della terra a fini agricoli. Alle comunità era stato però accordato il diritto di servirsi del legno morto, degli alimenti o piante medicinali, delle gomme e resine che si trovano nella riserva. Potevano inoltre utilizzare l'aerea per il pascolo, trattandosi tra l'altro dell'unico spazio lasciato disponibile per l'allevamento nella zona. Si capiscono dunque le ragioni dell'indignazione degli abitanti che dichiarano di essere stati messi a conoscenza dell'accordo tra governo e impresa solamente a fatto compiuto: svegliandosi una mattina al suono dei macchinari all'opera.

Una tale corsa alla terra può forse sorprendere, soprattutto in un paese caratterizzato dalla poca disponibilità di acqua e da una crescente desertificazione. Non è questo il parere della Banca Mondiale che nel suo rapporto, Awakening Africa's Sleeping Giants, pubblicato nel 2009, descrive la savana guineana come una delle più grandi riserve sottoutilizzate di terreni agricoli di tutto il mondo, insistendo sul fatto che potenziali agricoli nettamente sotto esplorati si celano in tutta l'Africa, comprese le aeree semi-desertiche. Con la formula Land Abundant, Investor scarce la banca sembra dunque giustificare gli investimenti terrieri nel continente, auspicando una loro regolamentazione in un'ottica win-win. Di fatto, siamo di fronte ad una pressione per la commercializzazione a grande scala della terra sul continente africano.

A distanza di quattro anni l'impostazione della banca non è cambiata e nell'ultima pubblicazione sul suo sito7 a marzo di quest'anno, afferma che il potenziale del settore agricolo e agroalimentare in Africa potrebbe triplicare sino a raggiungere 1.000 miliardi di fatturato nel 2030, e riconferma l'idea che in Africa si concentrino più della metà delle terre fertili ancora non sfruttate nel mondo.

La banca interpreta ciò che i mercati hanno già cominciato ad applicare: a partire dall'anno 2008, circa 45 milioni di ettari di terra (più del 80% della superficie della Francia metropolitana) sono stati oggetto di transazioni finanziarie miranti a investire su progetti agricoli, i due terzi di tali compravendite sono avvenute su suolo africano e riguardavano aree di una dimensione compresa tra i 10.000 ed i 200.000 ettari. Secondo l'ong Grain8, la superficie venduta o data in concessione sarebbe in realtà largamente maggiore: 56 milioni di ettari per il solo periodo 2008–2009 se ci si basa sull'insieme dei dati riportati dai mezzi di comunicazione e sulle denunce delle associazioni locali. Sono le economie meno sviluppate, caratterizzate dalla predominanza del settore agricolo, quelle che attirano maggiormente tali capitali. Stando ai dati raccolti dal Land Matrix Database9 gli investitori sono attirati per quei paesi che combinano una buona garanzia istituzionale degli investimenti con un'altrettanta bassa sicurezza istituzionale circa il possesso della terra per le popolazioni autoctone, il che ne assicura il facile accesso mantenendo bassi i prezzi10. Nel caso del Senegal, a causa della persistenza della legge sul demanio nazionale, le terre agricole non possono essere vendute, il loro utilizzo pertanto non si rifà ad un diritto di proprietà privata bensì ad una concessione di diritti d'uso, la quale però può essere facilmente revocata da parte dello Stato in nome dell'interesse generale, nozione le cui implicazioni mancano fortemente di precisione.

In occasione di una visita nella regione, accompagnata da Isma Ba capovillaggio di Yowré, e Stefano Lentati direttore di Fratelli dell'Uomo, Ong Italiana11, abbiamo potuto vedere di persona il progetto. A pochi chilometri dal confine con la Mauritania, dove la natura sembrerebbe offrire solo sabbia e poca erba secca, centinaia di migliaia di girasoli e lunghi canali artificiali riempiti d'acqua appaiono davanti a noi. Se ci spostiamo di qualche chilometro, notiamo il sistema d'irrigazione in azione sparare in aria potenti getti d'acqua. Una tale tecnica d'irrigazione, con canali a cielo aperto e pompe a getto continuo sotto un sole a 45 gradi, causa una perdita di almeno due terzi del prezioso liquido che evapora prima ancora di raggiungere il suolo. Intanto le donne di Yowré ogni mattina camminano 10 chilometri in più per andare a recuperare l'acqua dai pozzi: i guardiani posti a controllo della zona proibiscono il passaggio per il cammino abituale.

Di Maura Benegiamo

 

1 ALAIN ANTIL, Les émeutes de la faim au Sénégal. IFRI, mars 2010

2 Loi 2010-22 du 15 Décembre 2010

 

3 Pianta non commestibile i cui semi sono ricchi in materia grassa (circa 35% d'huile)

5 Faye I.M., Benkahla A., Touré O., Seck S.M., Ba C.O, Les acquisitions de terres à grande échelle au Sénégal : description d’un nouveau phénomène. Initiative Prospective Agricole et Rurale, mai 2011

6 Décret n°2012-366 du 20 mars 2012 e Décret n°2012-3667 du 20 mars 2012

9 http://landportal.info/fr/node/10290 : Land Matrix Database é una base dati pubblica online che raccoglie dati sulle transazioni terriere nel mondo. A tutti gli utilizzatori é permesso tanto consultare i dati quanto contribuire a migliorare le informazioni già presenti.

10 Anseeuw, W.; Boche, M.; Breu, T.; Giger, M.; Lay, J.; Messerli, P.; Nolte, K. Transnational Land Deals for Agriculture in the Global South, Analytical Report based on the Land Matrix Database Number 1, April 2012. The Land Matrix Partnership (CDE, CIRAD, GIGA, GIZ, ILC)

Original source: Agoravox
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