"Non lasceremo la nostra terra ai trattori degli italiani"

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I trattori degli Italiani. (Foto: ENDA Pronat) 

La Stampa | 25 Marzo 2014 | English | français

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"Non lasceremo la nostra terra ai trattori degli italiani"

La resistenza dei contadini senegalesi contro un progetto dalle finalità poco chiare

Stefano Liberti
NDIAEL (Senegal)

“Combatteremo fino alla morte. Non riusciranno a cacciarci da qua”. Gli uomini del villaggio alzano le braccia in segno di sfida. E volgono lo sguardo a qualche centinaio di metri di distanza: verso la piantagione di questi estranei che un bel giorno sono venuti sulle loro terre con trattori e macchinari, le hanno disboscate e hanno stravolto le loro vite. “Era il mese di agosto 2012. Li abbiamo visti arrivare all’improvviso. All’inizio ci avevano detto che sarebbero andati più lontano. Invece, si sono messi sui nostri pascoli”, racconta Bayal Sow, capo della comunità rurale di Thiamène. “Ci hanno ingannato. Ma ora possono stare sicuri: per portare avanti il progetto dovranno passare sui nostri corpi”.

Il “progetto” è l’investimento agricolo messo in piedi su 20mila ettari dalla ditta italo-senegalese Senhuile. Dovrebbe produrre semi di girasole da esportare in Italia, oltre ad arachidi e mais. Quando, nel 2010, era stato lanciato in un’area poco lontana, aveva scatenato polemiche e manifestazioni represse violentemente con un bilancio di due morti, tanto che alla fine la popolazione era riuscita a farlo cancellare dall’allora presidente Abdoulaye Wade. Il quale lo ha poi ridislocato qui a Ndiael, dopo aver declassificato un’area di riserva naturale fino ad allora destinata alla salvaguardia della biodiversità e al pascolo delle mandrie. “Molti nella zona sono rimasti scioccati dal fatto che il governo abbia ceduto queste terre agli stranieri. A più riprese, alcuni piccoli produttori avevano richiesto delle parcelle da coltivare e non erano stati accontentati perché l’area era protetta”, racconta Amadou Ka, del vicino villaggio di Kaddu Ndef. “Senhuile ha ottenuto la riclassificazione nel giro di un giorno, grazie alle sue relazioni all’interno del governo. Oggi agisce da padrona nell’area”.

A conferma delle sue parole, tutta la zona intorno alla piantagione è sotto sorveglianza. I 37 villaggi che si oppongono al progetto sono circondati da una specie di cordone sanitario. Durante una prima visita sul luogo per incontrare le popolazioni, siamo stati seguiti da una macchina per tutto il tempo e poi bloccati dai gendarmi, che ci hanno tenuto in stato di fermo per tre ore intimandoci infine di lasciare la regione. Per poter parlare con le comunità, è stato necessario tornare la notte di nascosto.

Ma che cos’è Senhuile? Quali interessi ci sono dietro? Società a capitale misto italiano e senegalese, Senhuile è posseduta al 51% dal gruppo Tampieri di Faenza e al 49% da una ditta senegalese chiamata Senethanol. Quest’ultima presenta contorni quantomeno ambigui: creata nel 2010, è detenuta per il 75% da Agro Bioethanol international (ABE), una società anonima registrata in una suite di Madison Avenue a New York da un cittadino panamense noto per fornire il proprio nome a decine di società di comodo in giro per il mondo. I nomi dei soci di ABE non sono noti, perché la legislazione statunitense ne protegge l’anonimato. L’unico noto è l’amministratore delegato Benjamin Dummai, un uomo d’affari israeliano che ha avuto guai con la giustizia in Brasile, dove ha vissuto vari anni. Condannato per frode ed evasione fiscale nel paese sudamericano, Dummai si è successivamente trasferito in Italia, paese d’origine della moglie. Oggi vive a Dakar, dove svolge la funzione di direttore generale di Senhuile e amministratore delegato di Senethanol. Interpellato a più riprese, non ha voluto rispondere alle nostre domande.

Lo stesso vale per i vertici del governo senegalese, che non hanno voluto rilasciare commenti sulla vicenda. Anche all’agenzia per la promozione degli investimenti (APIX), le bocche sono cucite. Dopo aver spiegato che ogni società in Senegal è protetta dall’anonimato, il funzionario responsabile ha aggiunto che “il caso Senhuile è molto controverso”.

Ma cosa produce Senhuile? Nato come progetto di agro-carburanti, ha poi cambiato obiettivo concentrandosi sui semi di girasole. In questo senso, ha raccolto l’interesse di Tampieri, che era alla ricerca di fonti di approvvigionamento di materia prima per il suo stabilimento di produzione oli di Faenza. Oggi sul terreno non si capisce bene cosa faccia: c’è una piccola produzione di girasoli, che sembra abbandonata. Sentito al telefono, il manager del gruppo Carlo Tampieri conferma che la produzione di girasoli è al momento interrotta ma che è fiducioso di ottenere una ripresa delle attività e, a medio termine, un ritorno sull’investimento fatto.

Questo scarsa chiarezza sul terreno e l’intricato assetto societario sollevano più di un dubbio. Perché è stato necessario creare una società negli Stati Uniti attraverso un prestanome panamense? Perché un progetto nato per produrre agro-carburanti cambia a più riprese obiettivi di produzione? Perché un gruppo come Tampieri ha deciso di investire in Senegal associandosi a personaggi dal passato così opaco? Tutte domande che suscitano perplessità anche nella società civile senegalese, che avanza persino il dubbio che l’operazione agricola sia stata messa in piedi con fini meno confessabili. “Ci sono sospetti in Senegal di possibili legami tra il progetto Senhuile e il riciclaggio di denaro”, ha dichiarato Baba Ngom, segretario generale del Consiglio nazionale di concertazione delle popolazioni rurali (CNCR). Sia quel che sia, gli allevatori di Ndiael continuano a guardare i “trattori degli italiani” avanzare minacciosi e assicurano che dalle loro terre non si sposteranno per nulla al mondo.

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Original source: La Stampa
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