La Banca e la terra

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Il Manifesto | 31.07.2010

di Marina Forti

Non è tenero con i grandi investitori, il rapporto che la Banca mondiale sta preparando sulla corsa alle acquisizioni di terre agricole in paesi in via di sviluppo, la pratica ormai universalmente nota con il nomignolo «land grab» (accaparramento di terre).

Afferma infatti che «l'interesse degli investitori è concentrano su paesi che hanno una debole legislazione sulla terra», dove possono comprare terreni arabili a buon mercato. Aggiunge che le promesse di lavoro e investimenti nelle infrastrutture locali non sono mantenute, «gli investitori non tengono fede ai loro piani, in alcuni casi dopo aver inflitto gravi danni alla base di risorse locali». Rincara: i governi di questi paesi offrono la terra a condizioni così irrisorie che per gli investitori internazionali si tratta di affari puramente speculativi, «spesso i pagamenti dovuti per la terra sono condonati ... e i grandi investitori spesso pagano meno tasse dei piccoli agricoltori locali, o non le pagano affatto».

Riprendiamo queste citazioni dal Financial Times, il quotidiano finanziario londinese, che riferiva di questo rapporto qualche giorno fa (il 27 luglio). Ed è qui che la storia si fa ancora più interessante: perché il rapporto della Banca mondiale (dal titolo «The Global Land Rush: can it yield sustainable and equitable benefits?») è previsto per la pubblicazione il mese prossimo, agosto. Ovvero, quando passerà per lo più inosservato. Il quotidiano londinese però ne ha avuto una bozza, spiega, «da una persona che dice che voleva evitare che la Banca Mondiale diffondesse il rapporto nel mezzo del periodo di vacanze estive».

Ecco una «fuga di notizie» degna di nota. La notizia è stata ripresa da altri giornali (interessante: dal Wall Street Journal, un altro giornale economico, il 29 luglio) e da siti di attivisti di siti per i diritti umani e per lo sviluppo (vedi www.farmlandgrab.org). La «corsa globale alla terra», o land grab, è diventata visibile intorno al 2008, quando in piena «bolla speculativa» sui prezzi dei generi alimentari sono diventati famosi i casi di grandi acquisizioni di terre soprattutto in Africa: famoso quello di Daewoo Logistics che si aggiudica una concessione per 99 anni su un territorio grande come il Qatar in Madagascar (la cosa ha alimentato una rivolta finita in una sorta di golpe).

I dati sulle dimensioni di questa «corsa alla terra» sono frammentari, ma il rapporto della Banca mondiale cita alcune cifre ufficiali impressionanti: 3,9 milioni di ettari dati via in Sudan e 1,2 milioni in etiopia tra il 2004 e il 2009.

Intervistato dal giornale di Wall Street, lo «special rapporteur» dell'Onu sul diritto al cibo (e professore all'università di lovanio, in Belgio), Olivier de Schutter, si dichiara indignato: «L'arrivo di questi grandi investitori da fuori spesso spinge gli agricoltori originari fuori dalla terra. E' una conseguenza grave per comunità che magari non hanno titoli legali sulla terra». Ma «la Banca mondiale incoraggia questi investimenti», dice. «Gli investimenti servono, ... ma non a qualunque condizione. Non si può incoraggiare o permettere un mercato per gli speculatori». La Banca mondiale però è «un anomale complesso», conclude de Schutter, e da un lato incoraggia i grandi acquisti di terra - dall'altro commissiona studi che ne dimostrano gli effetti negativi. E poiché è un rapporto imbarazzante, ecco che cerca di farlo cadere nel silenzio, nel solleone d'agosto.
Original source: Il Manifesto
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