Le mani (italiane) sulla terra

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Lettera 43 | 07 Febbraio 2011

di Delia Cosereanu

 

Si chiama “land grabbing” e letteralmente significa “accaparramento della terra”. Il fenomeno è stato definito dalla Fao, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, come «la nuova forma di colonialismo». Si basa sull’affitto, e qualche volta sull’acquisto, di grandi appezzamenti di terra in Africa e, in misura minore, in America latina, in gran parte da destinare alla coltivazione di piante per biocarburanti o all'allevamento e al pascolo di animali da lana. Un business che, secondo la Fao, sarebbe una delle principali cause dell'impennata dei prezzi dei prodotti alimentari avvenuta a livello globale tra il 2007 e il 2008 e dell'aumento del numero di persone che nel mondo soffrono la fame, 1,02 miliardi nel 2009, 40 milioni in più rispetto all’anno precedente. Una nuova forma d’investimento, dietro la quale non è difficile scorgere, però, il rischio di un neocolonialismo, secondo Franca Roiatti, giornalista di Panorama e autrice del libro che si intitola appunto Il nuovo colonialismo. Caccia alle terre coltivabili, edito da Università Bocconi. In meno di due anni, tra il 2007 e il 2009, ha spiegato Roiatti, «almeno 20 milioni di ettari di terreni coltivabili - pari all’Italia dalla Val d’Aosta fino a Napoli - sono stati oggetto di negoziati e accordi tra governi e società private». Pecore al pascolo in Patagonia L’Italia non è estranea al fenomeno del land grabbing, anche se gli investimenti in terreni riguardano soprattutto aziende cinesi, indiane o saudite. Difficile trovare un dato complessivo dei possedimenti delle aziende italiane all’estero, da un lato perché nel nostro Paese il fenomeno è relativamente nuovo (ma in aumento negli ultimi tre anni), dall’altro perché la quantità di terreno acquistato o affittato dall’Italia è solo una parte dei circa 20 milioni di ettari acquistati da aziende dei Paesi ricchi. Se si considerano solo i progetti maggiori, 1,5 milioni di ettari, una superficie equivalente a quella della Calabria, sono di proprietà di società italiane. Circa la metà di questi terreni è utilizzata per coltivazioni destinate alla produzione di biocarburante. «Grazie ad agevolazioni finanziarie, normative e fiscali», ha spiegato Nicola Borello, di ActionAid, autore del rapporto intitolato Chi paga il prezzo dei carburanti verdi, «l’industria dei biocarburanti si sta espandendo rapidamente anche in Italia: con una capacità produttiva di oltre 2 milioni e 257 mila tonnellate l’anno, il nostro Paese è uno dei principali produttori in Europa. E il biocarburante è prodotto prevalentemente con materia prima d’importazione, poiché il nostro Paese possiede limitate superfici da destinare a questa coltivazione».

DALL'ENI A BENETTON.

 

Da alcune ricerche effettuate da ActionAid, Fao e Grain (il cui data base online, farmlandgrab.org, è tra i più documentati sulle acquisizioni e locazioni di terra riportate dai media dal 2008), risulta che le aziende italiane coinvolte in grandi progetti di affitto di terreno agricolo siano una decina. Tra le più importanti, Eni (180 mila ettari della Repubblica Democratica del Congo) destinati alla coltivazione di palme da olio, Agroils (circa 250 mila ettari in Marocco, Senegal, Camerun, Ghana, Indonesia) dove intende coltivare jatropha, da cui estrarre bio carburanti ,e noci di cocco. Ma c'è anche Fri El-Green Power (80 mila ettari divisi tra Etiopia, Nigeria e Congo Brazzaville) destinati a palme da olio per agro carburanti. Ma il grosso dei terreni sui quali sventola il tricolore, quasi un milione di ettari, è di proprietà della Benetton, che in Argentina ha acquistato il 10% della Patagonia per l’allevamento e il pascolo di pecore da lana. Guarda qui le mappe realizzate da ActionAid sulle aziende che affittano terreni all'estero. L'ombra delle mafie e i contrasti con le popolazioni Coltivazioni di jatropha in Costa d'Avorio (foto Getty Images) «L’Africa è un continente immenso», ha sottolineato Borello, «e la Commissione economica delle Nazioni Unite per l’Africa (Uneca) ha stimato che Paesi molto poveri come il Kenya, la Tanzania, l’Etiopia «non esitano a svendere, soggiacendo più o meno consapevolmente a contratti spesso oscuri e poco tutelativi, pur di attrarre investimenti stranieri e con essi la promessa della costruzione di infrastrutture». Si tratta soprattutto di accordi tra governi locali e operatori privati o pubblici. Più raramente a vendere sono i privati perché in genere «la terra appartiene allo Stato», come ha spiegato Antonio Onorati, presidente della Ong italiana Crocevia. «In alcuni Stati africani», ha aggiunto, «i boss mafiosi si sono auto-attribuiti titoli di proprietà e in questo caso bisogna trattare direttamente con loro».

 

IN AFRICA UN ETTARO COSTA 1 EURO ALL'ANNO. I prezzi pagati dalle aziende per l’affitto dei terreni sono bassissimi. «Dipende molto dall’entità dell’investimento», ha detto Margherita Castelnovi, laureata in Scienze politiche all’Università di Torino, che ha realizzato una tesi sul tema del land grabbing. «In Africa, per esempio, per progetti di lunga durata, compresa tra 50 e 99 anni, un ettaro costa tra 1 e 2 euro all’anno. In America latina invece, il prezzo della locazione varia tra 4 e i 6 mila euro». La differenza tra i due continenti si spiega soprattutto con il diverso livello di sicurezza degli investimenti, quasi nullo in certe aree dell’Africa. Costi comunque molto bassi rispetto all’Italia dove, secondo l’Istituto nazionale di economia agraria, per acquisto di un ettaro di terreno coltivabile si spendono, in media, 17 mila euro.

I CONTRASTI CON LE POPOLAZIONI LOCALI. Certo, ci sono anche i contro. Spesso scoppiano contrasti con le popolazioni locali. Per esempio, il progetto del gruppo Orlandi, attivo nel settore dell'energia, intenzionato ad acquistare in Kenya un terreno abitato da 20 mila persone per adibirlo alla coltivazione di jatropha, una pianta usata nella produzione di biocarburanti, è stato bloccato perché coinvolgeva una zona molto ricca dal punto di vista del patrimonio faunistico. Un altro caso controverso è quello della Green Waves, un gruppo finanziario basato in Italia, che nel 2007 ha ottenuto dal governo del Benin il diritto di coltivare ogni anno 250 mila ettari a girasole per la produzione di biocarburanti. Nello Stato dell’Africa occidentale l'anemia da malnutrizione colpisce una donna su due. Mentre il gruppo si occupa di energia verde per l'illuminazione di concerti. Anche la Benetton si è trovata nel mirino di numerose organizzazioni umanitarie perché il progetto avrebbe danneggiato la popolazione indigena dei Mapuche che si è vista espropriare la propria terra da parte dell’azienda dalle pubblicità multietniche. In altri casi, poi, il business rischia di andare a discapito dei contadini. «Le terre attualmente utilizzate per la loro alimentazione», ha spiegato Lorenzo Cotula, ricercatore italiano dell’Istituto Internazionale per l’ambiente e lo sviluppo, «vengono attribuite a operatori esteri senza garanzie che vengano rispettati i diritti locali. Bisognerebbe coinvolgere di più la popolazione locale nella realizzazione degli accordi, stabilire chiaramente una percentuale della produzione da distribuire in loco». Ma ci sono anche ricadute positive Un passo avanti in questa direzione l'ha fatto un'altra azienda italiana, la Agroils, l’azienda toscana che ha affittato circa 200 mila ettari in quattro Paesi africani. «I nostri sono progetti dall’impronta sociale», ha commentato il presidente Giovanni Venturini. «In Ghana, per esempio, parte della produzione di olio di jatropha viene utilizzata dalla popolazione locale, mentre siamo in fase di negoziazione con l’Unione europea per un progetto in Camerun che prevede il rifornimento di energia elettrica di un villaggio non connesso alla rete». Oltre alla spartizione delle materie prime, «questi progetti potrebbero portare importanti investimenti in infrastrutture, come a volte accade già, ma anche know how e benefici relativi all’accesso ai mercati come quelli dei Paesi d’origine degli investitori», secondo Cotula, «in territori dove spesso l’agricoltura ha ricevuto scarsa attenzione da parte delle politiche governative.

UNA MORATORIA SUL LAND GRABBING. Ma c'è chi, come Onorati, chiede «una moratoria sugli acquisti di terreno in Africa da parte degli operatori stranieri». Obiettivo peraltro condiviso dalla Fao, che ha chiamato le organizzazioni sociali e contadine ai negoziati coi governi di tutto il mondo per riscrivere le regole a tutela della sovranità alimentare. Un’iniziativa sostenuta anche dal fondatore di Slow Food, Carlo Petrini: «Il fenomeno del land grabbing è ormai grave», ha dichiarato, «necessita di una moratoria internazionale e ci dice molto su quali logiche perverse siano state introdotte da una globalizzazione selvaggia dei principali sistemi alimentari». Un accordo che si prospetta «quanto mai difficile da raggiungere visti i precedenti su temi affini», ha aggiunto Petrini che ha sottolineato che «noi italiani dovremmo aiutare i nostri agricoltori, comprando i loro prodotti, dando loro la possibilità di conservare il loro lavoro in tempi quanto mai difficili. Occorre che si recuperi e si restituisca a ogni Paese la propria sovranità alimentare e ciò parte prima di tutto dalla responsabilità di ognuno di noi. Mangiando italiano e locale difendo anche l'agricoltura in Africa, perché indirettamente l'affido nelle mani degli africani».

Lunedì, 07 Febbraio 2011

Original source: Lettera 43
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