Senegal, è scontro sulle terre date in affitto dal governo

La Repubblica | 07 marzo 2014 | English | français

Senegal, è scontro sulle terre date in affitto dal governo

La popolazione locale si oppone al progetto. Petizione di ActionAid contro la società italiana Tampieri, accusata di land grabbing. La replica: "Noi operiamo secondo le regole, nell'interesse degli abitanti"

di EMANUELA STELLA

Ha raccolto più di 24mila firme in una settimana la petizione internazionale lanciata da ActionAid e Re: Common per chiedere al Gruppo Tampieri, una società di Faenza che opera nel settore della trasformazione dei prodotti agricoli, di recedere dal progetto di coltivazione di girasoli per la produzione di olio alimentare nella riserva senegalese di Ndiael, intorno alla quale  sorgono una quarantina di villaggi abitati da comunità autoctone. Una delegazione composta da rappresentanti dei villaggi del nord-est del Senegal e ong sta visitando vari Paesi europei per denunciare il progetto, che metterebbe a rischio "l'esistenza e i mezzi di sostentamento di 9mila persone". La Senhuile SA, controllata per il 51% dall'italiana Tampieri e al 49 per cento dalla società senegalese a capitale misto Senéthanol, ha ottenuto in affitto dal governo senegalese, nell'agosto del 2012, 20mila ettari della riserva: i residenti lamentano impatti molto pesanti sul loro stile di vita, sostenendo che il progetto limiterebbe l'accesso ai pascoli del bestiame brado, alle fonti idriche e alle altre risorse necessarie alla loro sussistenza.

Un sesto delle terre del Senegal in concessione a privati. Tra il 2000 e il 2012 il governo ha ceduto a privati 844mila ettari di terra, pari al 16,5% della superficie coltivabile del Senegal, Paese che non dispone di autosufficienza alimentare, e nel quale il 70% della popolazione vive di agricoltura e pastorizia. Ed è proprio la liceità degli accordi sottoscritti dal governo con gli imprenditori stranieri ad essere messa in discussione dalle popolazioni locali, che non detengono il possesso delle terre in questione, ma, in base al diritto consuetudinario in vigore in queste zone, se ne considerano i legittimi proprietari. Elhadji Samba Sow, rappresentante collettivo dei villaggi del Ndiael, dichiara: "Oltre a privarci della terra, questo progetto ha un massiccio impatto ambientale, legato alla deforestazione, a causa del taglio di piante e alberi e alla limitazione di movimento del bestiame. Non solo, ma vi sono anche difficoltà di accesso all'acqua, dato che le condutture di uso comune non possono passare sopra i terreni requisiti da Senhuile. Inoltre ci sono aerei che sorvolano tutta l'area con prodotti dei quali non conosciamo l'effettivo rischio per la salute umana e animale".
 
Un progetto controverso. Quello della Tampieri è stato un progetto controverso fin dall'inizio, fin da quando, nel 2011, era previsto in un'altra località, Fanaye, dove gli scontri tra sostenitori e oppositori del progetto hanno causato la morte di due persone e il ferimento di diverse altre, inducendo gli investitori stranieri a cambiare zona. Numerose le compensazioni proposte, e non ancora realizzate, ai villaggi del Ndiael, che hanno però subito respinto quella di mettere a disposizione foraggio per gli animali, dato che questo li renderebbe dipendenti da un apporto esterno, e hanno rifiutato l'offerta di posti di lavoro, ritenendo che si sarebbe trattato di un impiego precario, senza contratto regolare e con una paga giornaliera modesta: il timore è che gli imprenditori stranieri, a fronte di una bassa redditività del progetto, potrebbero di punto in bianco decidere di andarsene, lasciando privo di tutto chi avesse accettato di lavorare sotto padrone, per poi ritrovarsi senza mezzi di sussistenza.

"Non è vero che in Senegal ci sia terra da distribuire - sostiene Mariam Sow di ENDA Pronat (Environmental development action in the third world, che aiuta le comunità rurali ad adottare tecniche agricole sostenibili) - Il governo senegalese dovrebbe consultare agricoltori e contadini sulla destinazione dei terreni. L'Africa ha passato periodi bui, dallo schiavismo alla colonizzazione, fino all'indipendenza. Nel 2010 abbiamo fatto un bilancio, ed è catastrofico. Invito il mio presidente ad analizzare attentamente questa situazione. E' vero che sta riuscendo a mobilitare risorse, ma bisogna scegliere sistemi che mettano in sicurezza il mondo rurale".

"Operiamo nell'interesse delle popolazioni locali", sostiene il gruppo. "Ci si vuole trascinare a forza in una questione che è quella del land grabbing, che però non ci riguarda, dato che noi non rubiamo terre, ma anzi stiamo facendo qualcosa di utile per la popolazione locale e per tutto il Senegal, aiutandoli a produrre i generi alimentari di cui hanno necessità - ribatte Giovanni Tampieri, amministratore delegato del gruppo - Per il momento lavoriamo solo per il mercato interno senegalese: non abbiamo esportato nulla, se non campioni per il controllo qualità. Viste le necessità attuali del Senegal, stiamo iniziando a produrre riso, principale prodotto di consumo del Paese, che è costretto a importarne il 70%; in seguito produrremo mais sempre per il mercato interno, perché anche di questo c'è una pesante importazione destinata all'alimentazione del bestiame; infine stiamo iniziando a verificare la possibilità di coltivare arachide da seme da destinare all'uso degli agricoltori senegalesi, cosa che ci è stata chiesta dal governo: l'arachide è uno dei principali prodotti senegalesi". Tampieri assicura che "quando arriviamo vicino ai villaggi lasciamo ampie zone a disposizione della popolazione, fornendo loro servizi di pronto soccorso, scuole, luoghi per il loro culto, zone di pascolo da noi irrigato per alimentare il loro bestiame. Non è vero che precludiamo l'accesso all'acqua: abbiamo cercato di scavare pozzi a uso delle popolazioni, ma ci siamo scontrati con la loro opposizione, in quanto sono convinti che  sia  opportuno ridurre il nostro impatto al minimo". Tampieri precisa che nella zona non vengono usati pesticidi ma esclusivamente concimi fogliari, e che "non abbiamo assolutamente deforestato, dato che quelle a noi assegnate erano zone aride".

"Il fatto che una quota maggioritaria della popolazione locale si opponga al progetto -  sottolinea Roberto Sensi, policy officer per il diritto al cibo di ActionAid - evidenzia un conflitto di interessi sull'uso di quella terra rispetto al quale prevale l'interesse privato su quello collettivo. Inoltre, i rischi per la sicurezza alimentare e l'ambiente denunciati dal Collettivo per la difesa della terra di Ndiel, una valutazione di impatto ambientale e sociale realizzata solo a lavori avviati, il venir meno dell'impegno che la stessa azienda aveva assunto nell'agosto del 2012 con le Comunità per la realizzazione del progetto nell'area concordata sono tutti elementi che configurano questo investimento come di land grabbing, secondo quanto affermato dalla dichiarazione di Tirana, sottoscritta, tra gli altri, dalla FAO".

Un appello perché Tampieri receda dal progetto. Le organizzazioni italiane ActionAid e Re: Common, e con loro Peuple Solidaire, Grain, Oakland Institute, il Conseil National de Concertation et de Coopération des Ruraux e ENDA Pronat, sostengono la protesta delle comunità e, insieme alle reti e associazioni senegalesi e internazionali, rilanciano l'appello urgente alla Tampieri affinché ponga fine al progetto. La società italiana, dal canto suo, ribadisce "con forza la volontà di continuare a operare secondo le regole e nell'interesse collettivo".

URL to Article: https://farmlandgrab.org/post/view/23242

Source: La Repubblica 
http://www.repubblica.it/solidarieta/cooperazione/2014/03/07/news/terre_senegal-80405841/

Links in this article