Etiopia, la rapina delle terre da parte di investitori indiani avanza nonostante la siccità e la fame.
Published: 08 Sep 2011
Posted in:  EU | Ethiopia | Olivier de Schutter
Comments (0) Print Email this
Il Fatto Alimentare | giovedì 08 settembre 2011

Etiopia, la rapina delle terre da parte di investitori indiani avanza nonostante la siccità e la fame.

Il Corno d’Africa è afflitto dalla più grave tragedia umanitaria che la sua storia ricordi. Siccità e fame, 12 milioni di persone senza cibo né acqua. Ma il “neocolonialismo agricolo” procede indisturbato. A caccia di nuove terre da sottrarre ai loro abitanti per radere al suolo tutto ciò che esisteva e impiantare colture intensive, le cui messi sono destinate altrove.

Il Fatto Alimentare ha già trattato il problema del “land-grabbing” in Etiopia: mentre i cittadini muoiono di fame, il governo cede terreno alle imprese straniere. Ha inoltre pubblicato la lettera aperta ai "fratelli indiani" del direttore del “Movimento di solidarietà per la nuova Etiopia”, che testimonia le violenze a danno dei cittadini e chiede la fine della rapina delle terre. Ha anche identificato alcuni degli investitori occidentali che traggono profitto da queste rapine, grazie al rapporto dello “Oakland Institute”.

Niente di nuovo sul fronte etiope. Gli imprenditori indiani mantengono il primato nello sfruttamento dei terreni, anche per colture non-alimentari. “L’Etiopia offre un ambiente favorevole agli investimenti, con incentivi come l’esenzione triennale dalle imposte”, ha spiegato il fondatore e “chief executive” di Sara Cotton Fibers Pvt. Ltd a www.farmlandgrab.org. “Il governo etiope ha anche dichiarato che il cotone è un settore prioritario per il Paese”.

Se non sono biocarburanti è il cotone o la gomma, a rubare acqua e terreni alle colture alimentari. “Molti accordi internazionali sulle terre conclusi in Africa non riguardano affatto la coltivazione di materie prime alimentari”, denuncia l’ultimo rapporto della Ong “Future Agricultures” www.future-agricultures.org. E come se la rapina delle terre non bastasse, le società indiane stanno ampliando i loro giri di affari vendendo semi, fertilizzanti e attrezzi per l’agricoltura nel Corno d’Africa. Con la complicità di dittature compiacenti, in Etiopia come in Sudan e altrove, che sempre spendono la disponibilità di vasti appezzamenti e forza-lavoro a costo zero. Viceversa in India il costo della manodopera agricola è notevolmente aumentato, negli ultimi anni, a fronte della maggiore disponibilità di posti di lavoro in fabbrica a costo zero (1).

In Etiopia si aggiunge ora il rischio di una diga che priverà le popolazioni della valle Omo dell’acqua, oltre che delle loro terre. “Queste persone potrebbero non sopravvivere”, ha dichiarato a FarmLandGrab Stephen Corry, il direttore dell'inglese “Survival International”. 

Goffo il tentativo del governo etiope di rigettare le accuse: “La maggior parte degli etiopi vive sugli altipiani. Stiamo solo cedendo terre basse, inaccessibili”, ha affermato il consigliere del ministro a Nuova Dehli, Metasebia Tadesse. “Gli agricoltori stranieri dovranno scavare metri di terra per trovare l’acqua. Gli agricoltori locali non hanno la tecnologia per fare ciò. Si tratta di terre completamente disabitate. Non c’è evacuazione né deportazione delle persone.” Ma possiamo davvero credere che la soluzione al problema-siccità sia quella di cedere terre arabili agli investitori stranieri anziché aiutare gli abitanti (2) a trovare e utilizzare l’acqua?

Intanto, i “businessmen” indiani (3) scommettono sulle colture di canna da zucchero e tè, cotone e albero della gomma, nel secondo Paese più povero al mondo, primo destinatario dei pur magri aiuti alimentari internazionali. Si ripropone ancora una volta il tema della responsabilità sociale degli investimenti, con particolare attenzione al loro impatto sui diritti umani e l’ambiente, appunto. Proprio il 22 giugno il Relatore Speciale ONU per il Diritto al Cibo Olivier De Schutter ha presentato il documento “Guiding Principles on Human Rights Impact Assessments of Trade and Investment Agreements” E ha trovato una prima eco in un gruppo di investitori istituzionali dell’Occidente e il 6 settembre ha a sua volta adottato i principi per gli investimenti responsabili sui terreni (“the Farmland Principles”), con l’obiettivo di migliorarne la sostenibilità, trasparenza e “accountability”. Qualcosa si muove.

Ma l’India, seguirà la linea della responsabilità o porterà avanti le rapine di terra? Il Parlamento europeo, nella sua risoluzione dell’11 maggio sulla proposta di accordo per il libero scambio con l’India, ha chiesto alla Commissione di inserire una clausola che abbia forza giuridica sul rispetto dei diritti umani e sociali e dell’ambiente. Servirà essere chiari, per porre fine ai soprusi africani.

Dario Dongo


(1) In India viceversa, il costo della manodopera agricola è notevolmente aumentato, negli ultimi anni, a fronte della maggiore disponibilità di posti di lavoro in fabbrica (in proporzione, meno fatica e più reddito) ma anche della diffusione di programmi di “welfare” come il “Mahatma Gandhi National Rural Employment Guarantee Scheme”

(2) C’è chi prova, e chi riesce, a fronteggiare l’emergenza idrica. Per un paio di esempi nel Corno d’Africa, si vedano
- http://www.youtube.com/watch?v=xqyEuSzJ07Y&playnext_from=TL&videos=gQR2VKFbTRk
- http://www.youtube.com/watch?v=QfwMlw3dokw&feature=related
- http://www.csmonitor.com/World/Making-a-difference/Change-Agent/2011/0819/Backpack-Farms-helps-small-African-farmers-defeat-drought

(3) Il 40% dei 4,78 miliardi di dollari US investiti in Etiopia da imprese indiane é dedicato ad agricoltura e floricoltura, secondo il ministero locale degli affair esteri. L’India è il secondo investitore in Etiopia, dopo l’UE e prima della Cina. Il “leader” mondiale delle rose, Karuturi Global Ltd di Bangalore (India), ha a disposizione oltre 100.000 ettari di terra per le coltivazioni floreali. In aggiunta a 311.000 ettari, sempre in Etiopia, aggiudicati per la coltivazione di cereali, palma da olio e canna da zucchero. Nirvana?

Per maggiori informazioni:

- articolo “Ethiopia: Best pickings for Indian investors to choose from”, 30.8.11, su http://farmlandgrab.org/post/view/19171

- articolo “Investments in Ethiopia farming face criticism from activists”, 6.9.11, su http://farmlandgrab.org/post/view/19211

- articolo “Pension funds launch Principles for Responsible Investment in Farmland”, 6.9.11, su http://farmlandgrab.org/post/view/19222

- articolo “Il sorpasso indiano” di Federico Rampini su La Repubblica, 6.9.11

Foto: Photos.com